Questa volta parliamo di evoluzione e non di cambiamento: evolversi significa diventare la migliore versione di noi stessi, conservando la nostra unicità, esaltando i nostri talenti.


Nel corso della nostra vita lavorativa tutti ci siamo trovati e ci troviamo ogni giorno di fronte al bisogno di sviluppare o di migliorare le nostre skill manageriali o le nostre capacità relazionali e di comunicazione.

È un dato di fatto, apprendere nuovi modi di fare cose che abbiamo sempre fatto è fondamentale per essere competitivi e adeguati a rispondere alle sfide di mercati e di contesti sociali in continua evoluzione.

Come manager della formazione negli ultimi anni ho realizzato molti percorsi formativi, di coaching e di team coaching a supporto di cambiamenti organizzativi, cambiamenti di ruolo o miglioramento delle performance individuali e di team.

Ognuno di questi percorsi, di volta in volta, mi ha offerto l’occasione di proporre approcci metodologici diversi e innovativi per facilitare le esigenze di cambiamento imposte dal mercato.

Cambiamento di strategie, cambiamento culturale, cambiamento di stile di leadership o di comunicazione…

Chi non ha mai vissuto una fase di cambiamento in azienda?

Il cambiamento è necessario per migliorare le nostre performance, per raggiungere i nostri obiettivi, per motivare i nostri team

Eppure quando parliamo di cambiamento di un’organizzazione, di un’azienda o di un manager, spesso la prima reazione che osserviamo è una reazione di difesa, di chiusura.

Non è così?

Il cambiamento viene vissuto come un potenziale snaturamento del proprio modo di essere, delle proprie abitudini, delle certezze che ci hanno portato a essere quello che siamo e ai risultati che abbiamo ottenuto.

Presuppone che qualcosa in noi non vada bene e quindi vada sostituito con qualcos’altro.

E se parlassimo di evoluzione invece che di cambiamento?

Evolversi significa diventare la migliore versione di noi stessi, conservando la nostra unicità, esaltando i nostri talenti, scoprendo risorse che non pensavamo di possedere o che avevamo dimenticato di avere.

Evoluzione significa che non è necessario cambiare sé stessi, ma piuttosto diventare consapevoli di ciò che si è, delle proprie caratteristiche, dei propri limiti e decidere di lavorare per migliorarsi costantemente.

Chiedete a una persona se preferisce cambiare oppure evolversi in una migliore versione di sé stessa e state certi che, senza esitazione, sceglierà la seconda opzione.

D’altronde, voi cosa preferireste?

Evoluzione è l’obiettivo che le aziende oggi devono darsi per sviluppare i percorsi di crescita professionale dei manager del nuovo millennio.

Con quali strumenti aiutiamo le persone a evolversi?

È stato provato dalle ultime ricerche nel campo delle neuroscienze, che per raggiungere risultati sostenibili nel tempo e prendere decisioni consapevoli per la propria crescita professionale, è necessario lavorare sul potenziale emozionale individuale.

Affiancare ai classici sistemi di people management dei veri e propri percorsi di “allenamento” dell’intelligenza emotiva, consente di lavorare efficacemente sugli stili di leadership, sulle capacità di comunicazione e di negoziazione, sulla capacità decisionale e di influenza.

Le skill dell’intelligenza emotiva hanno un enorme impatto sul miglioramento delle performance

Le ricerche condotte in questi anni in tutto il mondo ci dicono che più del 50% della performance individuale dipende dal proprio Quoziente Emotivo.

L’intelligenza emotiva, contrariamente al QI che è prevalentemente genetico, si può imparare a ogni età e si può allenare e sviluppare.  Naturalmente non è semplice e veloce, ci vogliono pratica e impegno. Non bastano pochi giorni, ci vogliono mesi.

Intelligenza emotiva e leadership secondo Goleman

In un articolo apparso sull’Harvard Business Review di marzo 2000, Daniel Goleman illustra molto bene come l’intelligenza emotiva impatti sull’apprendimento di nuovi stili di leadership e spiega perché questo processo necessiti di tempo e pratica. Mentre la neocorteccia, il cervello pensante preposto ad apprendere le skill tecniche e le abilità cognitive, apprende molto velocemente, il cervello emotivo no.

Per padroneggiare un nuovo comportamento per esempio, i centri emozionali hanno bisogno di ripetizione e pratica. I circuiti cerebrali che supportano i comportamenti legati alla leadership devono disimparare i vecchi schemi e sostituirli con quelli nuovi.

Quanto più spesso una sequenza di comportamenti è ripetuta tanto più forte diventa il circuito cerebrale che la supporta e, a un certo punto, il nuovo sentiero neuronale diventa il comportamento usato di default dal cervello.

Lavorare sul proprio potenziale emozionale aiuta a raggiungere risultati duraturi nel tempo

Ecco perché in un programma di evoluzione delle skill manageriali basato sullo sviluppo delle competenze emotive, diventa fondamentale.

Il supporto di un coach esperto in intelligenza emotiva può aiutare a velocizzare l’apprendimento e il consolidamento di nuovi stili di leadership, di nuove capacità relazionali e di visione strategica.

Conoscere il proprio QE e sapere quali sono le competenze emotive sulle quali contare e quali quelle da allenare, può aiutare sia i giovani manager sia gli executive, a rispondere adeguatamente alle sfide di un contesto di mercato i cui cambiamenti diventano sempre più difficili da prevedere e da interpretare.

Hai qualcuno a cui consigliare l’articolo – magari un collega? =)

Roberta Maselli

Roberta Maselli fa parte del team di AdActa Consulting, dove ha la possibilità di creare percorsi innovativi di evoluzione manageriale, rivolgendosi a molteplici realtà aziendali. Dopo la laurea in Relazioni Pubbliche allo IULM ha iniziato il suo percorso professionale in HR nel settore dell’acciaio, per poi spostarsi in quello delle telecomunicazioni dove si è occupata di CRM e formazione per oltre 20 anni. Certificata in Coaching (ICF), Intelligenza Emotiva e Teoria dei Tipi MBTI, la sua competenza emotiva più sviluppata è ‘Utilizzare il pensiero sequenziale’.